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L'inflazione mette sotto pressione i listini.

La corsa dei tassi prosegue.
L'inflazione mette sotto pressione i listini.
Annus horribilis - parte ???

Anno 2022 estremamente complicato per gli investimenti.

Il primo aumento dei tassi USA, che aveva fatto rapidamente crollare le quotazioni dei titoli tech, ha dato il via ad un escalation di eventi che ha scombussolato, non poco, il sistema finanziario mondiale.

In questo annus horribilis non manca proprio nulla, l'invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il dietro-front delle banche centrali verso politiche monetarie sempre più restrittive per arginare l'inflazione, i timori di una recessione.. poche asset class sono state capaci di resistere.

La settimana appena trascorsa è stata segnata da un nuovo trend ribassista dei mercati: il rilascio dei dati sull'inflazione americana ha dato supporto alla politica restrittiva delle banche centrali e spento ogni speranza di recupero delle borse globali.

I listini hanno ripreso a scendere con forza (indice globale MSCI World -4,2%, -19% da inizio anno) riportando gli indici su livelli caldi e rivelando un sentiment complessivo in peggioramento:


- il dato di inflazione USA (8,3%) è risultato in riduzione rispetto al precedente (8,5%), ma oltre le attese di mercato (8,1%). La riduzione dei prezzi delle materie prime energetiche e delle commodities, avevano dato voce all'ipotesi, (bramata dagli operatori) che il picco inflattivo fosse stato raggiunto e di conseguenza, valori prossimi ad una fase di raffreddamento.

Purtroppo il martedì nero di Wall Street ha cancellato tutti i guadagni ottenuti nel breve (S&P 500 -4,7% settimanale). Puntualmente come spesso è accaduto in questo 2022, le notizie negative mantengono il mercato in una fase ribassista strutturale, con rimbalzi solo transitori.

Le quotazioni si sono velocemente dirette su livelli tecnici di supporto, che se violati, riporterebbero gli indici ad un retest dei minimi di giugno.

I listini risentono negativamente non solo del costante aumento dei tassi di interesse, ma anche dell'ormai costante revisione al ribasso degli outlook aziendali (in settimana il caso Fedex (-21%), è un chiaro segno del peggioramento del contesto macroeconomico).


- Stessa direzione per il Nasdaq 100 (-5,8%) appena sotto i 12.000 punti, appesantito dai passivi delle grandi capitalizzazioni, in cui le revisioni degli utili è più evidente.


- Sul fronte Europeo, i danni sono stati limitati (-2%) con il FTSE Mib italiano che ha chiuso la settimana in positivo grazie al sostegno ricevuto del comparto bancario, supportato dall'aumento dei tassi nella Zona Euro.


- Anche il settore obbligazionario è ricco di conferme sull'annus horribilis in corso. Da inizio anno forti ribassi su tutti i settori di mercato: se i titoli governativi da inizio anno evidenziano passivi moderati (attorno al -3%/-4%), le scadenze medie sono già a doppia cifra (quasi -15%), mentre quelle lunghe hanno ribassi simili a quelle dell’azionario (-25%). Il panorama sul fronte corporate è altrettanto desolante: investment grade e high yield vedono i panieri di investimento tra il -10% ed -15%, indeboliti sia dall’aumento dei tassi di interesse, sia per i timori di recessione a livello internazionale. Fino a che non ci sarà un cambio di rotta delle politiche delle banche centrali, la situazione in ambito obbligazionario rimarrà tale.


Appuntamento con la Federal Reserve questa settimana, dove si attende un rialzo dei tassi di 0,75%, con una ristretta parte di operatori (20%), che stima un rialzo di 1 punto percentuale.

L'aumento dei tassi dovrebbe proseguire fino ad un target in area 4,25%-4,50%, da raggiungere nella prima parte del 2023.

Molte variabili possono incidere su questo percorso.

Le stime degli analisti individuano, nella prima parte del 2023, il momento in cui la FED potrebbe iniziare a fare i primi tagli dei tassi; fattore importante per ridare fiato all'economia.


Tutto valido.... a patto che l'obbiettivo di contenimento dell'inflazione venga raggiunto.


In Europa, la situazione è diversa rispetto agli USA, soprattutto a causa delle pesanti ripercussioni che il caro energia sta avendo su imprese e famiglie.

Probabilmente si dovrà attendere di più, prima di vedere un cambio di rotta da parte della BCE nella gestione dei tassi.

In Italia il dato di inflazione si è assestato al 9,1% annuo.


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